Se smettiamo di sognare, che cosa chiederemo all’AI?

Qualche tempo fa un utente ha chiesto a ChatGPT una cosa semplice quanto inquietante: “Se tu fossi il diavolo, e volessi ridurre l’umanità in schiavitù senza usare la forza, cosa faresti?” La risposta, diventata virale, elencava dieci mosse: creare un falso senso di libertà, rendere le persone dipendenti dai dispositivi, isolarle dietro un filtro digitale, spegnere il senso di comunità. Non una profezia, ma uno specchio. L’AI non ha inventato nulla: ha semplicemente descritto, con lucidità disarmante, dinamiche che conosciamo già.

Ed è proprio da qui che voglio partire, perché quello specchio riguarda tutti noi, e in modo particolare i più giovani.

Il debito cognitivo che nessuno vede

Nel 2025 un gruppo di ricercatori del MIT Media Lab ha pubblicato uno studio, Your Brain on ChatGPT, che ha misurato l’attività cerebrale di persone impegnate a scrivere testi con e senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Chi si affidava a ChatGPT mostrava una connettività neurale più bassa rispetto a chi lavorava da solo o con un semplice motore di ricerca, e con il passare delle settimane tendeva sempre più a copiare e incollare risposte già pronte, invece di elaborarle. I ricercatori hanno coniato un’espressione efficace: debito cognitivo. Come un prestito, si accumula senza dolore immediato, e si paga dopo, quando la capacità di pensare con la propria testa si è già un po’ assottigliata.

Non è ancora uno studio definitivo, e va letto con equilibrio: non dimostra un danno permanente al cervello. Ma il segnale è chiaro, e chi lavora ogni giorno a contatto con ragazzi, insegnanti, famiglie lo racconta con parole meno accademiche: bambini e adolescenti che usano e abusano dell’AI stanno perdendo, poco alla volta, la voglia e la capacità di scrivere da soli, di immaginare, di costruire un pensiero originale senza che qualcuno — o qualcosa — lo faccia per loro.

Lo strumento che si nutre di ciò che rischiamo di perdere

Qui arriva il punto che mi sta più a cuore, ed è anche il paradosso su cui vale la pena riflettere.

L’intelligenza artificiale, per quanto potente, non crea dal nulla. Si nutre di ciò che l’essere umano ha prodotto: curiosità, ricerca, emozione davanti alla bellezza, sogni, persino la noia che spinge a inventarsi qualcosa. Ogni immagine, ogni testo, ogni idea che un modello genera nasce da un’immensa eredità di pensiero umano. Se smettiamo di alimentare quella sorgente — se smettiamo di sognare, di annoiarci, di cercare la felicità con la nostra testa invece che con un prompt — a un certo punto la sorgente si prosciuga.

È lo stesso paradosso di chi smette di allenarsi perché ha trovato una scorciatoia comoda, senza accorgersi che la scorciatoia esiste solo grazie all’allenamento di chi è venuto prima. Uno strumento pensato per amplificare la nostra creatività rischia di diventare inutile proprio nel momento in cui esaurisce ciò che lo rende vivo: la nostra natura curiosa, immaginativa, capace di stupirsi.

Cosa significa, in pratica, per chi lavora con l’immagine e la creatività

Io uso l’intelligenza artificiale ogni giorno, nel mio lavoro di fotografo e nei miei progetti di formazione. Non è questo il punto. Il punto è come la si usa. C’è una differenza enorme tra un’AI usata come strumento che amplifica un’idea che è già nostra, e un’AI usata come sostituto del pensiero, della ricerca, del tentativo ed errore che ci fa crescere.

Quando lascio che sia la noia a portarmi verso un’idea nuova, quando mi fermo davanti a un’immagine solo perché è bella e non perché devo analizzarla, quando lascio che un sogno resti un po’ vago prima di trasformarlo in progetto: è lì che nasce qualcosa che nessuna macchina potrebbe generare da sola. È quel materiale grezzo — l’emozione, l’intuizione, l’errore — che poi porto nello strumento, non il contrario.

La domanda da farci, prima di ogni prompt

Se smettiamo di sognare, che cosa chiederemo all’AI? Probabilmente le chiederemo sempre meno cose interessanti, perché avremo sempre meno domande vere da farle. Uno strumento capace di tutto, in mano a chi ha smesso di desiderare, cercare, immaginare, diventa uno specchio vuoto: rimanda solo ciò che gli altri hanno già pensato prima di noi.

La buona notizia è che la direzione si può ancora scegliere. Non si tratta di rifiutare l’intelligenza artificiale — ormai fa parte della nostra vita, dei nostri strumenti di lavoro, del nostro quotidiano — ma di ricordarci, ogni volta che la usiamo, da dove viene ciò che le stiamo chiedendo. Se viene da un pensiero nostro, autentico, nato da una domanda che ci siamo fatti guardando il cielo o annoiandoci in coda, allora l’AI resta quello che dovrebbe essere: un’estensione della nostra creatività. Se invece viene dal vuoto di chi ha smesso di cercare, resterà solo un’eco di se stessa.

Continuiamo a sognare. È l’unico modo per avere ancora qualcosa da chiedere.